La cultura si mangia se si mastica

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April 10, 2013 by iamnotweird

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E’ di oggi l’articolo di Luca Nannipieri, per il Giornale, in cui sostanzialmente si contrappongono due testi di recente edizione, Le pietre e il popolo di Tomaso Montanari e La cultura si mangia! di Bruno Arpaia e Pietro Greco.
L’autore, con il suo La cultura si mangia Però i politici non la digeriscono, prende atto della tardiva presa di coscienza da parte dei media e degli intellettuali dello stato attuale della cultura nel nostro paese.

Benché i due libri espongano due posizioni quasi agli antipodi, il primo che insiste sulla necessità del rafforzamento degli investimenti pubblici nel settore, il secondo che illustra l’immenso potenziale del patrimonio in termini economici – sottolineandone la capacità di autoalimentarsi anche senza intervento statale- , l’autore osserva come i due testi si trovino tutto sommato a schierarsi su due fronti che più che in contrapposizione sono complementari l’uno con l’altro.
Sono vere, dunque, entrambe le tesi.

Quello di cui si preoccupa chi scrive l’articolo è la sostanziale sordità da parte di chi dovrebbe prenderne atto: i presenti – e in periodo post elettorale – futuri amministratori dello Stato.

La politica non digerisce la cultura perché non ha gli strumenti per capirne la complessità. Mentre in altri paesi non si taglia, da noi si taglia e non si assume.

In Italia chi ha davvero gli strumenti – e la voglia, la tenacia, la speranza, l’energia, la creatività, l’umiltà – quelli che sono capaci di masticare la cultura,
sono i ragazzi che hanno studiato, dai 18 ai 25 anni – chi più chi meno – in corsi di laurea creati negli ultimi vent’anni: Economia dei beni culturali (e affini).
Sono anche quelli che non vedono riconosciuto il proprio ruolo, perché in Italia il Manager dei beni culturali non esiste ufficialmente. Sembra una bestemmia, o un personaggio di fantascienza.
Lo scienziato pazzo, l’inventore dell’acqua calda, il manager dei beni culturali.

Perché quando un giovane laureato si avvicina, speranzoso ed entusiasta all’ambientuccio chiuso ed autoreferenziale degli operatori culturali, ha a che fare con collaborazioni non retribuite, collaborazioni occasionali, timidi e ridicoli rimborsi spese.
La scusa è sempre la stessa, in salse diverse:
“Non è previsto un budget”
“Non possiamo permetterci di assumere”
“Non hai sufficiente esperienza per entrare nell’organico”
“E’ un lavoro di elevata responsabilità ma i soldi non ci sono, te la senti?”

Lavorare pro bono è tutto quello a cui le centinaia e centinaia di ragazzi laureati nel settore dei beni culturali possono aspirare, ed è piuttosto scontato che a pochi mesi dalla laurea i più dotati gettino la spugna per cambiare settore (o paese). Quelli che possono permettersi il lusso di lavorare gratis sono anche quelli che, nella maggior parte dei casi, hanno una situazione familiare che consente loro di farlo.

E probabilmente da qui a dieci/vent’anni – prima o poi i dirigenti attuali andranno in pensione o, alla lunga, passeranno a miglior vita – i fortunati di cui sopra prenderanno il posto degli attuali incompetenti.

Lo scenario che ci viene svelato è il seguente: dobbiamo aspettare vent’anni prima che un ragazzo – che non ha mai ricevuto compensi, non ha mai ricevuto retribuzione tale da sentirsi motivato, non conosce il valore economico del lavoro in cui si è buttato con passione – diventi un dirigente del settore culturale.

E saremo, nuovamente, punto e da capo. Con nuove emergenze, nuovi crolli, nuove chiusure, nuove figuracce.

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